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Gloria Griggio
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Bionda o mora? White!
Bionda o mora? Bianca! Non è uno scherzo, le voci che giungono dall'odierno panorama dell'hairstyle dicono che a fare tendenza, proprio in questo 2012, sarebbe una chioma nature caratterizzata da quelli che, fino all'altro ieri, definivamo “fastidiosissimi capelli bianchi”. Di certo è una rivoluzione nel campo del look, una svolta radicale che aggiunge un pizzico di sale e pepe alla personalità femminile e dà un addio definitivo alle tinte correttive, considerate ormai di vecchio stampo. I corsi e ricorsi dei costumi spesso attingono alla memoria di decadi passate per rivisitarne gli stilemi in chiave attuale, introducendo sovente uno scarto decostruttivo, quasi per liberarsi dai ricatti del passato reinventandolo per gioco. Non sono passati molti anni da quando un certo radicalismo femminista si ribellava alle immagini patinate di una donna eternamente giovane, pedissequamente conforme agli stereotipi imposti dall’industria pubblicitaria e costantemente modellata in base alle esigenze della società consumistica, rivendicando il diritto alla gestione autonoma della propria immagine corporea, ivi comprendendo anche la possibilità di mostrare con naturalezza una capigliatura imbiancata dal passare degli anni. Era l’epoca sognante delle rivoluzioni pubbliche e private, gli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, quelli che oggi, in ben altro contesto storico, vengono reinterpretati sulle passerelle della moda nell’ottica di un bricolage epigonale e postmoderno, con l’ironia di uno sguardo trasversale, come se il tempo fosse un viaggio di ricordi da riproporre senza vincoli ideologici, un archivio di fantasia per le immagini eclettiche del nostro presente. Ed ecco allora il bianco dei capelli non più ostentato in senso politico, ma ‘ritrovato’ come colore naturale sulla tavolozza del hairstyling più creativo, giocato come opportunità espressiva. Donne vip, attrici, blogger ed esperte del settore sfoggiano da qualche mese una chioma grey-chic, impreziosita da scintillanti fili argentati. Nel campo della moda, va ricordato un precedente famoso: già negli anni '80 la giovane Marie Seznec sfilava con una lunga chioma candida, diventando una musa per lo stilista Christian Lacroix. Si trattava però di un caso raro, in quanto top model e capelli bianchi appariva un binomio impossibile e ancor oggi, nonostante le recenti rivalutazioni, continua a sembrare un’eccentrica eccezione. La forza delle consuetudini continua ad assegnare valenze diverse al bianco dei capelli femminili rispetto a quelle della canizie maschile. Ad esempio i divi del cinema Michele Placido, Alain Delon, Richard Gere (fin dai tempi di Pretty Woman) o Michael Douglas hanno sempre mantenuto il loro sex appeal anche con una capigliatura completamente bianca. In ogni caso oggi sono molte le donne famose che hanno accettato senza batter ciglio il naturale incanutirsi della chioma, addirittura rinforzandolo con riflessi luminosi, come la mamma di Gwyneth Paltrow o come la diva del momento, la sessantaduenne Helen Mirren, senza contare, naturalmente, la cantautrice Joan Baez, l’usignolo dell’impegno civile che ha guidato col suo unico stile vocale le manifestazioni pacifiste di mezzo mondo e che proviene direttamente dal movimento musicale e culturale degli anni Settanta. Ma ci sono anche donne più giovani che scelgono di tenersi e valorizzare qualche ciocca bianca per un vezzo artistico di tendenza. L'effetto disordine alla Lady Gaga è dunque alle porte e i parrucchieri sono pronti a esaudire ogni richiesta. La famigerata domanda : “Meglio bionda o mora?” dovrà quindi estendersi per comprendere anche il colore degli angeli, sfumatura più candida del biondo platino. Un pizzico di effetto natural che da troppo tempo era rimasto sacrificato in nome di perfezioni da bambole dell’era tecnologica, occultato con elaborati interventi estetici che ci hanno fatto dimenticare che a volte anche un po' di normalità vissuta con spirito libero può renderci ugualmente interessanti e straordinarie.
La moda di Valentino in 3D
In seguito all’apertura del portale degli archivi della moda promosso dal MiBAC, il 7 dicembre 2011, con un party presso la sede IAC della Grande Mela, è stato lanciato ufficialmente il progetto che ha visto la realizzazione del Museo virtuale di Valentino (Clemente Ludovico) Gravani, lo stilista italiano per eccellenza, che da sempre accosta il rosso scarlatto alla personalità originale delle sue collezioni. D'ora in poi, senza preoccuparsi di non esserne all'atezza (economicamente si intende!), ci si potrà perdere nelle sue creazioni, in uno spazio 3D che accoglierà abiti nuovi e del passato, grazie all'idea nata più di due anni fa da Giancarlo Giammetti e già testata l'estate scorsa dallo stesso stilista in uno spazio espositivo in cui aveva esposto oltre 1000 bozzetti al Château de Wideville, in Francia. Una svolta davvero originale, capace di riunire in pochi clic visitatori da tutto il mondo. Sì, perchè anche in pantofole, in qualsiasi momento della giornata, sarà possibile consultare oltre 5000 foto e video illustrativi che ritrarranno non solo gli abiti delle collezioni, ma anche le campagne pubblicitare, gli editoriali, le immagini e i video delle sfilate, ma soprattutto le muse dell'artista nel corso degli anni e i primissimi bozzetti, quelli che, attraverso una serie di correzioni o aggiunte, costruiscono la storia di ogni opera d'arte. Infatti, racconta Giammenti, nel museo non c'è solo quello che Valentino ha creato nella sua lunga carriera, c'è l'abito ma anche il contesto in cui è nato, lo stile e l'epoca in cui ha potuto crescere ed affermarsi. Un modo facile, afferma, per scoprire il legame che unisce la moda con il proprio tempo. E proprio per questo, grazie al software leggero e veloce che dispone di 300 abiti diversi e una galleria di circa 1000 metri quadrati, si potrà navigare velocemente e comodamente da casa, in un lusso internazionale che ci incatenerà in un viaggio virtuale senza date, per continuare a seguire la magia rossa di Valentino e la sua evoluzione. In un'intervista afferma: «Dopo i primi anni, un museo reale, in qualsiasi città esso sia, è destinato a cadere nel dimenticatoio, e i vestiti vanno a finire in un marché aux puches o chissà dove». Un segno tangibile di come lo stilista sia deciso ad imprimere ancor di più il suo stile nella memoria e nei suoi percorsi, collocandolo all'intero di sensazioni visive che non si perdono nei cambiamenti. La magia, dunque, rimane la stessa; avvolge un abito già visto o il frutto di un'idea appena partorita. Perchè, quel che conta, è che il tempo ci insegni ad osservare, dentro a varie sfacettature, come l'arte sia capace di trasformarsi senza perdere il suo valore e la sua particolarità.
A Natale una ricetta fashion per ammorbidire le lingue dei parenti...
Mancano tre giorni a Natale ed è già partito il countdown per gli ultimi acquisti. Per noi donne fashion victim, inutile nasconderlo, i doni che si aspettano di più sono i profumi e le lingeries. Capi seducenti, sexy, raffinati, eccentrici, anche se non necessariamente da indossare in volo da La Paz a Cochabamba, come è successo alle modelle della Company Ronied che hanno sfilato ad alta quota nel corridoio di un aereo in mezzo ai passeggeri meravigliati. Se poi la lingerie è color rubino e con un po' di pizzo, si può inaugurare la sera di Capodanno, in onore al rito d’indossare qualcosa di intimo violentemente rosso. Sui profumi invece ci si può sbizzarrire a piacere e anche approfittare delle occasioni festive per azzardare nuove fragranze. Un profumo intenso potrebbe rappresentare addirittura una sottile arma di depistaggio, annebbiando le rotte di collisione dei parenti che, a Natale più di ogni altro giorno, dagli antipasti ai panettoni, ci tormentano con le solite domande personali simili a freccette che centrano i nervi. E, a proposito di banchetti natalizi e cenoni di San Silvestro, se sei stanca dei consueti piatti tradizionali e hai voglia di cambiare, di sbalordire, o anche solo di aggiungere una ventata di novità, puoi portare la moda anche sulla tavola delle feste, tra ghirlande e decorazioni. Ecco qui alcune ricette chic da seguire! Kenzo propone una macedonia salata su piatto di pane nero, colori ambrati su fondo scuro, come la sua collezione autunno-inverno 2011-2012. Burberry Prorsum predilige invece spaghetti al nero di seppia con gamberetti marinati all'arancia: una prelibatezza dagli stessi accostamenti cromatici, arancione, beige, nero e verde acido, che sono stati protagonisti delle sue ultime sfilate. Dolce&Gabbana preferiscono uno scenario decisamente più italiano, montano e mediterraneo, evocato da una polenta in cialda di formaggio grana con seppie al nero. Jil Sander chiude il cerchio suggerendo una composizione di frutta in tronco di cioccolata, magari da gustare con ciò che propone Lanvin: un cocktail speciale fatto di vodka, champagne e melograno! Perfetto per versare un po' di fashion anche nei bicchieri delle chiacchiere natalizie e stendere la zia, sfuggendo così, in maniera originale e delicata, ai discorsi risaputi, inevitabilmente sviati sulle singolarità del menù! Un modo per guarnire con un pizzico di creatività le ricorrenze conviviali, tra brindisi e auguri, abbracci e regali, unendo alla magia del Natale l'incantevole abbinamento di squisitezze griffate.
Charity Shop: un capo retrò per un'opera di bene
Non c'è nulla da fare, “Charity Shop” è la parola chiave di questo Natale. Se da un lato la crisi ci sta divorando, dall'altro ci permette di scoprire un canale alternativo di scambio e compravendita, un mercato parallelo che unisce ancora una volta la moda alla solidarietà. Perché, si sa, i pacchetti sotto l'albero non possono mancare e l'idea di poter acquistare a prezzi modici un capo glamour o un oggetto fashion, facendo in aggiunta una buona azione, comincia a espandersi anche in Italia. Nata dall'usanza di regalare le proprie cose superflue alle collette di beneficenza, l'iniziativa originale era partita dalla Croce Rossa britannica, che al numero 17 di Old Bond Street, nella Londra del 1941, accoglieva per una raccolta fondi il primo Charity Shop, precursore di una serie di negozietti che ora popolano Londra in ogni quartiere, da Portobello a Litchfiel Terrace, da Richmond, Chelsea, Angel alla mia amatissima Camden Town. Le botteghe retrò, le nicchie vintage e le viuzze di mercatini sono piene di tesori scintillanti che, sotto le luci natalizie, attendono di trovare nuove case e nuovi padroni in grado di apprezzarli. Alcuni restano un po' nell'ombra, ma altri vengono considerati dei veri luoghi di culto delle vie più posh, capaci di ricreare indimenticabili atmosfere anni ‘70 e di far acquisire più valore al tempo. Non nel senso della manageriale espressione “time is money”, che oggi si declina soprattutto nella lotta al coltello della competizione globalizzata e pare consumare non solo le nostre tasche ma il tessuto stesso dei nostri nervi, bensì nel significato di quella vernice di passato che sembra offrirci oasi di ricordo e citazione di tempi più sognanti, quando il cuore delle utopie non si era ancora svegliato sotto il ghiaccio dei numeri finanziari. E non è un caso che proprio i giovani siano i pionieri di questa riscoperta. Oggi fare un'opera di bene e risparmiare sembra essere sempre più facile, anche in Italia, dove i Charity Shop hanno nomi diversi, ma ci sono e stanno ottenendo una crescente popolarità, tanto da diventare la scelta ottimale per questo Natale: ogni capo acquistato è qualcosa di unico e originale, nonché una forma di dono verso i più bisognosi. Infatti i negozi in questione ricevono vestiti in regalo (ma anche accessori, oggettistica, libri, cd, vinili, utensili per la casa, etc), li rimettono a posto e li rivendono a prezzi bassi. Parte dell’incasso serve a finanziare progetti umanitari, per esempio Humana Italia sostiene un progetto di sviluppo comunitario per coltivatori in Mozambico e Guinea Bissau e gestisce scuole per bambini-lavoratori in India. Il mondo della moda non è mai insensibile ai richiami della solidarietà. Da anni, infatti, Manolo Blahnik dona le sue creazioni originali alla British Red Cross in Old Curch Street e come lui molti altri stilisti. Pigramente affascinata dal motto “meglio tardi che mai”, anche l'Italia sta recuperando i tempi persi mettendosi al passo col resto del mondo, perché dagli altri paesi c'è spesso da imparare, soprattutto quando si tratta di beneficenza. Chissà se tra qualche anno avremo anche noi, a Milano, una Camden Town su misura, ben più ramificata di quei vecchi negozietti di Corso Garibaldi da anni scomparsi e di quei pochi in zona Ticinese, qualcosa che ci faccia sentire al centro del mondo e delle tendenze, non solo per uno sbandierato made in Italy. Intanto pregustiamo la riscoperta e lo sviluppo di questa usanza dei Charity Shops, che si prospetta essere la nuova formula del business, qui, sotto le stelle della Madonnina, nella capitale della Moda illuminata per le feste.
Fairy Tales: fiabe alla moda by Victor & Rolf
Fiabe. Solo la parola evoca l’incanto che da bambini accompagnava la nostra immaginazione. Fiabe per dormire, per sognare, per volare fuori dalle pareti e navigare verso l'Isola Che Non C'è. Viaggi di fantasia, paesi remoti, dove le casette sono fatte di marzapane e le nuvole di zucchero filato. Personaggi fantastici, buoni e cattivi ben distinti, eroi, principi, fate, streghe, orchi, giganti. Racconti d’autore e fiabe popolari, storie che si perdono nella notte dei tempi. Oggetti di studi psicologici, letterari, critici e antropologici (tutti a domandarsi il perché della loro eterna funzione), ancor oggi le fiabe non vivono unicamente nella narrativa per ragazzi, ma sostengono l’intero filone del cinema fantasy e si rivolgono a tutti, anche a quegli adulti che hanno conservato la magia (o raggiunto la saggezza) di uno sguardo fanciullo. E un libro di fiabe illustrate, specialmente a noi femminucce, fa venire in mente i colori dell’infanzia, quel rosa pastello che per tradizione veste le bambine e che più di tutti rappresenta il mondo fashion. Così la copertina del libro intitolato Fairy Tales, proposto dal duo olandese di stilisti Victor & Rolf, soddisfa appieno il nostro gusto estetico ed evoca grazia e spirito leggero. Si è già intuito che l’obiettivo della loro collezione primavera-estate 2012, in presentazione a Parigi, consiste nel mirare ai sensi, alla vista e alla gola, cavalcando le passerelle come se le modelle fossero dolci di una pregiata pasticceria, golosamente ricoperte di tulle, balze e ventagli. Fiabeschi vestiti-torte. Ironia e delicatezza sono gli ingredienti fondamentali, i leit motiv di una sfilata che sarà ricordata per la sua teatralità, ma anche per lo stile raffinato di questa maison che gravita nell'orbita di Staff International, azienda che ha in portafoglio, tramite licenze e accordi produttivi e distributivi, anche Dsquared2, Marc Jacobs Uomo, Maison Martin Margiela e Vivienne Westwood. Che Viktor Horsting e Rolf Snoeren fossero artisti romantici e imprevedibili lo sapevamo già, ricordando anche i motivi floreali applicati alle scarpe, in passato protagoniste naturali di un giardino glamour e chic, ma non ci aspettavamo che il duo più ricercato del nord Europa (guardando il sito ci si addentra in un palazzo-biblioteca di luci e architetture oniriche) arrivasse addirittura alla stesura originale di dodici racconti fantastici racchiusi in un libro-confetto. La raccolta, illustrata dagli stessi Viktor & Rolf, si sussegue in un mondo incantato, abitato da personaggi memorabili come Disco Hedgehog (Disco Riccio) o come il meraviglioso Little Dragon Butterfly (Draghetto Farfalla) o la viziatissima Princess Giselle, protagonista del racconto Il vestito dorato, o come la principessa Shanilla ne La quinta bottiglia di profumo, un incantesimo legato all’essenza Flowerbomb. Oltre a presentarsi in un cofanetto elegante, questo libro rappresenta un passo avanti, una riuscita iniziativa d’immagine all'interno di un circuito che non comprende più solo Parigi, città che li ha visti nascere, ma si è ormai esteso a tutto il mondo, ivi incluse le piazze italiane, dove di rosa a volte ce ne vorrebbe a quintali per dimenticare la crisi e fuggire per un po’ su quelle nuvole che non servono soltanto a scatenare tempeste (reali e finanziarie). Armatevi quindi di un buon tappeto volante, ideale per avvicinarsi a una moda dall’aspetto insolito, più simile a ciò che eravamo e che ancora vive nelle nostre fascinazioni, per tornare leggermente indietro, ma non per stucchevole nostalgia, bensì per ricominciare a sognare lontani dalle ombre del futuro. Proprio come da bambini, con una fiaba colorata e un pupazzo tra le mani.
Look 2011-2012. Diamoci un taglio!
Da anni la guerra tra capelli lunghi o corti si combatte nella testa di ogni donna. Nel momento in cui si decide di cambiare - e non è vero che una donna cambi colore o taglio solo quando vuole cambiar vita - la bilancia oscilla da ambedue le parti, in una variazione continua di dubbi e desideri. A volte pende dal lato di una chioma ondulata e fluente alla Angelina Jolie, altre da quello di un ciuffo sparato e ribelle alla Winona Ryder, insieme protagoniste, in due ruoli dall’animo opposto, del celebre film Ragazze Interrotte di James Mangold. E il tarlo è sempre il solito: quale look è più sexy? Entrambe sono belle, anche se sprigionano un fascino diverso, più sensuale o più mentale. Ma è proprio la diversità di ognuna di noi a determinare il sex appeal. È il modo in cui ci muoviamo, ci giriamo, camminiamo, sono i nostri gesti, l’insieme del portamento che esprime la nostra personalità a stabilire se possediamo o meno quel raggio di luce seduttiva capace di stendere ogni uomo. Questo proviene da dentro, non importa se in testa abbiamo un cappello di lana coi capelli raccolti in uno chignon o una cascata di boccoli morbidi, conta di più ciò che stiamo pensando, quello che riusciamo a trasmettere nel momento in cui un'altra persona ci guarda. Certo, l'occhio può essere aiutato dall'armonia di un bel viso scoperto o languidamente ombreggiato o contornato da ciocche che scendono sulla fronte, ma credete che Demi Moore sarebbe stata più sexy e profonda se in Ghost avesse avuto i capelli lunghi? No, sarebbe stata ugualmente sexy e profonda. I capelli, dunque, possono essere soltanto l’abito della nostra intensità, della nostra mimica espressiva, il contorno speciale di una carica comunicativa che solo su di noi sta bene, adatto a un modo d’essere o d’apparire che troviamo più consono ai nostri gusti e al nostro stile. Il vantaggio dei capelli lunghi è che permettono di giocarci di più, con tagli dritti o scalari, cambiando acconciature, componendo trecce o code oppure elaborando pettinature sofisticate per le occasioni mondane. Nondimeno, si dice, che piacciano molto agli uomini per le proiezioni tattili che riescono a suscitare un po’ più di quelli corti, sebbene quelli corti abbiano il pregio di valorizzare i lineamenti delicati, altrettanto sessualmente attraenti. I capelli lunghi sono più faticosi da tenere in ordine, tendono a sfibrarsi in doppie punte e, benché in certi casi riescano leggermente a mascherare le imperfezioni del volto, possono risultare troppo pesanti, specialmente su visi non più giovanissimi. I capelli corti, d’altro canto, sono più pratici, ma richiedono comunque diverse attenzioni, se non altro una maggiore frequenza dal parrucchiere per mantenere il taglio e una cura più laboriosa nel domare certi inestetismi di verso o attaccatura. Anche i capelli corti possono essere acconciati in vari modi, a seconda delle scelte di chi li porta o delle occasioni specifiche, apparendo dinamici e sbarazzini oppure, con pochi tocchi, raffinati ed eleganti. Donano al viso maggiore luce e più colore allo sguardo. L’importante, quindi, è scegliere il taglio che più si addice alla nostra fisionomia, al nostro stile di vita e alle sfumature originali del nostro modo di pensare. Ma ecco che la moda può sfatare drasticamente quanto appena detto in un flusso di tendenze uniformanti, fogge che in quel determinato periodo costituiscono un riferimento di prestigio, un plus d’immagine che ci fa sentire in armonia col gusto del momento, più salde sulla cresta di un’onda estetica in continua evoluzione. Il dilemma appare arduo, ma la chiave giusta va trovata con equilibrio e intelligenza, senza trascurare l’informazione. Per l'inverno 2011/2012 è ormai chiaro che il capello che va più di moda è quello corto, il cosiddetto “undercut”, sfilacciato in parti più lunghe davanti o con una frangia piena. Molte star (e pseudo-tali) ultimamente hanno scelto un taglio deciso. Esempi di total change sono quelli di Ambra Angiolini o di Katie Holmes o di Keira Knightely, oppure l'azzardo di Scarlett Johansson che l’estate scorsa ha lasciato tutti di sale con un taglio da maschiaccio, al quale ha aggiunto il pizzico di femminilità di una tinta rossa. Le attrici, si sa, cambiano facilmente look anche per motivi professionali o di ruolo, ma è proprio il cinema che spesso contribuisce a creare le tendenze più attuali. I make up artists consigliano sempre di essere seguiti da un professionista e i motivi sono chiari: primo perché i professionisti sono loro e secondo perché in effetti non sempre è facile trovare il look che più ci valorizzi e riesca a esprimere tutto il nostro fascino potenziale. A volte abbiamo in testa un’idea, ma non sappiamo come realizzarla e il parere di un esperto può aiutarci concretamente o anche aprirci nuove prospettive per sfogare la nostra voglia di cambiare, prendendo qualche spunto dal trend attuale e al contempo rispettando le peculiarità estetiche e la nostra personalità, per sentirci sensuali e moderne, in sintonia con noi stesse e col mondo. Non ci resta dunque che sperare che la forza di carattere attribuita per consuetudine alle donne che sfoggiano un look corto si riveli utile per trasformare le nostre debolezze in una miscela esplosiva di semplicità e coraggio.
“Siamo pari! La parola alle donne” al Teatro Litta - Milano 24/25/26 Novembre 2011
In occasione del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, al Teatro Litta di Milano si terrà una rassegna cinematografica di tre giorni intitolata: “Siamo pari! La parola alle donne”. L’iniziativa, nata in collaborazione col mensile Nick e l’Onlus Intervita, è volta a focalizzare l'attenzione dell'opinione pubblica su uno degli atti fisici e morali più deprecabili: la violenza sulla mente e sul corpo delle donne. Si tratta di vessazioni che affondano le radici in tempi antichi e che, seppur notevolmente diminuite, ancor oggi riguardano una percentuale non indifferente della popolazione femminile. I dati a disposizione non sono precisi, perché basati principalmente sulle denunce e su calcoli approssimativi di quel ‘numero oscuro’ di situazioni silenziose che restano nell’ombra delle statistiche ufficiali. Per accentuare la gravità di questi soprusi lo slogan della manifestazione, sotto un volto di ragazza con la bocca cucita dal filo dalla paura, cita una frase offensiva purtroppo tipica: “Stai zitta, cretina!”. Sintetizza un trauma psicologico che può inceppare irreparabilmente i cardini dell’autostima, quella svalutazione strisciante che talvolta si nasconde all'interno delle famiglie e che viene interiorizzata, spesso inconsapevolmente, finendo per opprimere l'anima di molte donne. Un'anima che rimane vuota, graffiata da segni indelebili che limano le soluzioni e scavano nell'arrendevolezza, nell’accettazione supina di arroganze che umiliano e rendono diverse, emarginate per scelta altrui. Si può provare una sensazione di colpa che spegne le parole, come se quelle botte o quelle rasoiate morali siano una pena meritata, un modo assurdo per giustificare il dolore ricevuto. Tali misfatti avvengono fra le mura di casa, nei luoghi di lavoro, nei gruppi amicali, nelle relazioni sentimentali, ovunque, anche negli ambiti di vita che più dovrebbero confortare invece che deprimere. In altri casi sono comportamenti intrusivi, devastanti, messi in atto da ex partner o anche da sconosciuti, in quella vasta gamma di azioni moleste che rientrano nel campo dello ‘stalking’, un termine inglese del gergo della caccia, come se la ‘preda’ femminile fosse un animale da intrappolare, da sottomettere ai capricci di individui che possono assumere le sembianze di mostri. Ne è stata vittima anche Michelle Hunziker, la bravissima showgirl televisiva che con Giulia Bongiorno, insieme a tante altre donne, sostiene la fondazione romana “Doppia Difesa”, uno dei centri di solidarietà nella lotta quotidiana a favore dei diritti della donna e delle pari opportunità. La manifestazione di Milano si pone dunque come momento di aggregazione e di riflessione, con proiezioni e dibattiti sul tema, nella cornice di una curata galleria d’immagini, dal titolo “La parola alle donne”, che ha l'intento di descrivere, nei fotogrammi fulminei di ogni singolo scatto, la necessità di uno scatto in primo luogo di coscienza, l’esigenza di una svolta decisa per ribadire il diritto alla parità e denunciare la violenza insensibile di troppe ali spezzate. Il programma inizierà con la proiezione in anteprima nazionale di “Maternity Blues - Il Bene dal Male” diretto da Fabrizio Cattani, con Andrea Osvart, Monica Barladeanu, Chiara Martegiani e Daniele Pecci. A seguire, il 25 novembre, il giorno più importante a livello simbolico, si terranno diversi incontri e una selezione di proiezioni aperte al pubblico. Nel pomeriggio sarà presentato il film di Emanuela Giordano “Per la mia Strada”, prodotto dall'associazione Corrente Rosa, al termine del quale avrà luogo una tavola rotonda sulla presenza positiva della donna nella società odierna. In serata sarà il turno di “Africa Rising”, un potente documentario a supporto del movimento per mettere fine alle mutilazioni genitali femminili. Il giorno conclusivo sarà invece dedicato interamente all’India. Verrà proiettato “Pink Gang!”, del giovane regista italiano Enrico Bisi, nel quale si racconta la storia di un gruppo di "eroine in rosa" che lottano contro abusi e violenze di ogni tipo. Il successivo dibattito sarà incentrato sulla condizione della donna nelle rappresentazioni dell’industria cinematografica di Bollywood (il cinema popolare in lingua hindi prodotto a Mumbai). In serata la rassegna si concluderà con la premiazione di un regista a cui verrà riconosciuta la capacità di essersi messo in difesa dei diritti delle donne. L’invito è rivolto a chiunque non voglia chiudere gli occhi su un tema così drammaticamente trascurato e, in particolar modo, a tutte le donne coinvolte in situazioni di abuso e di violenza (morale e/o fisica), per trovare il coraggio di combattere insieme contro questi crimini comportamentali che davvero non dovrebbero più appartenere a una società civile.
A Londra, un cocktail d'arte e moda contro l'HIV
L’Intercity Milano-Roma su cui sto viaggiando entra in una galleria a tutta velocità e sparisce la connessione mobile del notebook che ho sulle gambe. Lo schermo resta fisso sul sito di Louboutin, dove ero andata a curiosare le nuove collezioni, lasciandomi il tempo di focalizzare l’attenzione su un articolo citato fra gli eventi. Tre lettere, precise come frecce nel cuore di un problema: HIV. Acronimo del virus che causa la sindrome da immunodeficienza acquisita nota come AIDS, una sigla che negli anni Ottanta, subito dopo la scoperta, appariva sui giornali e nelle scalette televisive con l’assoluta priorità della peste del secolo, un male oscuro, incurabile, suggello biologico della stigmatizzazione dei diversi: omosessuali, drogati, prostitute. Pareva che bastasse non appartenere a tali categorie per sentirsi al sicuro, ma il morbo, sessualmente trasmissibile, si è poi esteso a macchia d’olio e nessuno si è più sentito immune dal rischio di contrarlo per vie traverse e imprevedibili, scatenando così un panico generale che ha fatto vendere tonnellate di profilattici e stilare milioni di certificati medici. Si direbbe, però, che anche le malattie, come i vestiti, siano soggette a passare di moda. Oggi se ne parla pochissimo, si sa che c’è, ma non fa più notizia. Della lotta contro l’HIV ci si ricorda una volta all’anno, in occasione della specifica giornata mondiale. Il resto è ombra, periferia d’attenzione, nicchia dimenticata in cui vive chi ne è affetto, come se fosse un antico relitto di virus che, vagando nell'aria, ogni tanto si attacca accidentalmente nelle cellule di qualcuno. La coscienza sociale s’addormenta, sorvola con trascuratezza su cifre non trascurabili: 33 milioni di contagi, 3 milioni di morti all’anno, di cui circa 600.000 bambini. Talvolta si pensa di ‘delocalizzare’ il problema come se riguardasse quasi esclusivamente l’Africa, ma è un errore: in Europa la sieropositività è in forte aumento. Eppure, per assurda proporzione inversa, i budget pubblici stanziati per la malattia si riducono progressivamente in quasi tutti i paesi dell’Unione. La crisi economica nutre il virus e relega i malati nella roulette della sfiga. Persone che soffrono in silenzio, quasi con un senso di vergogna. Ne è un esempio un certo Luca di Roma, che, da quanto leggo nell’articolo, aveva nascosto per anni agli amici la sua malattia, affermando di avere soltanto un problema di “reumatismi”. Mollato l'alcool e spente le sigarette, cercava una nuova vita, poveraccio, da solo. Una lotta impari contro un male strisciante, subdolo, caratterizzato dalla compromissione delle difese immunitarie e dall’insorgenza di gravi patologie che provocano un rapido deperimento fisico: spossatezza, dissenteria, perdita di peso, alterazioni della pelle, tumori. Difficile nasconderlo. Si può sperare solo di ritardarne il decorso con misture antiretrovirali piene di effetti secondari, vomito, epatite, mialgie, osteoporosi. La connessione a Internet riappare e aggiorno la pagina rimasta aperta. Leggo un link nella didascalia di una foto: “A Londra, il Crazy Luxor Bar”. Puntando la freccetta clicco sull'immagine di un bancone da bar a forma di scarpa décolleté, laccata di nero, impreziosita da geroglifici egizi e con un’inconfondibile suola rossa. Scarlatta, come la passerella di un festival. Chi altro poteva avere un’idea simile se non quel genio di Louboutin? Continuando a leggere, scopro che il raffinato cocktail bar del titolo, ideato dallo stilista francese e ispirato alle sue scarpe più famose, è stato inaugurato proprio qualche giorno fa nei pressi del Battersea Park di Londra e si accinge a diventare uno dei nuovi locali cult della capitale britannica. Insieme all’evento d’apertura si è svolta la quinta edizione del “Grey Goose Winter Ball”, una serata allietata da quattro cocktail speciali studiati da personaggi famosi della moda, dell'arte e della ristorazione. Il primo è stato creato dallo chef Paco Roncero, che ha tratto spunto dalle preparazioni molecolari del noto ristorante elBulli (dove Roncero ha lavorato accanto a Ferran Adrià), il secondo è stato "disegnato" dallo stesso Louboutin, che lo ha colorato di rosso, ovviamente, come le suole sensuali delle sue scarpe, mentre gli ultimi due erano opera del rinomato artista inglese Marc Quinn e dello stilista scozzese Jonathan Saunders, già consulente di Chloé e creatore di abiti per Madonna e Kylie Minogue. Tutte e quattro le combinazioni alcoliche, logicamente, a base di vodka. Ok, divertente, molto chic, ma l’HIV che c’entra? Non preoccupatevi, non sono ubriaca. Il fatto è che l’intera serata e l’insolita gara creativa, in un ‘cocktail’ fashion, di arte e sensibilità, era incentrata sull’iniziativa di beneficenza organizzata, in collaborazione con Grey Goose, dalla Elton John AIDS Foundation e mirava alla raccolta fondi per sostenere la ricerca contro la malattia. Lo stesso pezzo unico di design (il bancone a forma di scarpa autografato dal couturier Christian Louboutin), insieme a un abito particolare di Jonathan Saunders e a un quadro di Marc Quinn, sono stati messi all’asta per l’identico scopo benefico. Ecco una delle occasioni in cui il mondo della moda si affaccia alla vita reale per portare all’attenzione pubblica una malattia diffusa e preoccupante che troppo spesso, come nel caso di Luca di Roma (e come lui tanti altri), viene nascosta per vergogna, a causa della fobia collettiva di una società che invece di aiutare gli scienziati a trovare il modo di guarirla tende a isolare i malati in un limbo d’indifferenza. Per questo motivo la moda e l'arte si sono riunite a Londra: per accendere i riflettori dei media su questa pericolosa epidemia che trascina con sé anche molti giovani. Giovani come Luca, che tutti dovremmo aiutare a non nascondersi. Cin-cin.
Louis Vuitton: nero come il fetish
La collezione Donna di Louis Vuitton per l’Autunno-Inverno 2011/2012 riempie il corpo e l'anima, colando la trasgressione in una veste nera. Sono i nuovi spunti che lo stilista Marc Jacobs ci offre per rendere la passerella più intrigante. Per ora niente di commestibile, ma la presentazione ci fa gustare in anteprima la voglia di esagerare e di mettersi in gioco, ammiccando a quel lato oscuro della donna che vuole comandare. Stivali di vernice con tacco a pugnale, completini in latex, frustini, berretti con visiera in vernice o con maschera incorporata richiamano le ambiguità di Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick. Borse alle quali è stato applicato un cappio da annodare al polso (come la famosa Lockit creata dallo stesso Vuitton nel 1958) simbolo di una promessa di matrimonio o di uno scambio di ruoli nel quale dominatrice e schiava si confondono. L'intento di Jacobs echeggia il film The Night Porter (Il portiere di notte) della regista italiana Liliana Cavani, pellicola che divise la critica per aver ambientato il tema della trasgressione sessuale nel contesto delle discriminazioni naziste. “Sofferenza e persecuzione”, parole che possiamo associare a quel film, sono anche le chiavi interpretative di questa collezione. Per spiegare tale scelta, d’impronta feticistica e un tantino sadomaso, Marc Jacobs afferma, in un intervista al Daily Mail: “L'idea per questa collezione mi è venuta pensando all'inspiegabile follia da cui sono stati posseduti i fan della nostra griffe. Non c'è qualcosa di assurdo?” Di fronte a una dichiarazione del genere c'è poco da rispondere. E pensare che il termine feticismo nell'antichità significava adorare oggetti in qualche modo dotati di poteri magici. Forse è proprio secondo questa etimologia che lo stilista vuole assicurare a ogni donna il fascino misterioso di quel determinato abito o accessorio, quasi per fornirle un talismano di potere e di crudele sensualità. Al giorno d'oggi i rituali violenti e feticistici hanno raggiunto livelli di grande popolarità. Un forte richiamo, lungo questa tematica, è rappresentato dal nuovo film di Pedro Almodòvar “La pelle che abito”, ispirato al romanzo Tarantola di Thierry Jonquet. Qui il protagonista, un chirurgo plastico a cui viene stuprata la figlia, pratica sul violentatore della ragazza sadismi osceni. Si può citare anche “L'apollonide – souvenirs de la maison close” di Bertrand Bonello, dove, in un bordello parigino della fine del XIX secolo, un cliente recide i lati della bocca a una prostituta lasciandole per sempre un tragico sorriso da clown. Chissà se ci dovremo aspettare proprio questo dalle prossime sfilate di Marc Jacobs: sarebbe l'unica maniera per far sorridere le sue modelle, perennemente serie nell’interpretazione del suo stile inquietante.
GG
Audrey Hepburn, l'icona dello stile, a Roma
«All'inizio recitò la scena del copione, poi si sentì qualcuno gridare 'Taglia!', ma le riprese in realtà continuarono. Lei si alzò dal letto e chiese, "Com'era? ..Sono andata bene?". Si accorse che tutti erano silenziosi e che le luci erano ancora accese. Improvvisamente, si rese conto che la cinepresa stava ancora girando. Aveva tutto quello che stavo cercando, fascino, innocenza e talento. Inoltre era molto divertente. Audrey era assolutamente incantevole, e ci dicemmo: "È lei!" »
Così il regista statunitense William Wyler rievoca il provino che nel 1952 lo convinse ad assegnare ad Audrey Hepburn il ruolo della Principessa Anna nel celebre film Vacanze romane. Ruolo impegnativo, per altro soffiato a Elizabeth Taylor, che le fece vincere il premio Oscar come migliore attrice. Così, alla metà degli anni Cinquanta, grazie anche a una pubblicazione sul Time e a molte altre segnalazioni, la Hepburn si avviava a diventare una delle più grandi star del cinema di Hollywood e a rappresentare, con la sua eleganza naturale e inimitabile, esaltata da Givenchy, una vera icona dello stile. Ecco perché non manca occasione di vedere il suo viso effigiato su una borsa o una spilla in bianco e nero che richiama il suo fascino speciale, connubio di semplicità e raffinatezza.
La città di Roma, di cui è stata ospite anche durante la lavorazione dei film "Guerra e Pace" di King Vidor e "Storia di una monaca" di Fred Zinnemann e nella quale ha vissuto dopo aver sposato in seconde nozze lo psichiatra italiano Andrea Dotti, rende omaggio a Audrey Hepburn con un’esposizione di 150 scatti inediti che raccontano la vita privata della diva. La mostra, nella ricorrenza del 50°anniversario della pellicola "Colazione da Tiffany", è stata allestita al Museo dell’Ara Pacis e vi rimarrà fino al 4 dicembre, in contemporanea con il Festival Internazionale del Film di Roma. L'intento dell’iniziativa è quello di svelare la quotidianità dell’attrice in attimi lontani dalle luci dei set e dai paparazzi indiscreti, raccontando una Audrey prima di tutto donna, moglie e mamma, attenta alle realtà del suo tempo e sensibile alle sofferenze del mondo dimenticato. Le passeggiate in montagna, le vacanze al mare, ma anche i numerosi viaggi per incontrare bambini in Bangladesh, Vietnam, Somalia, Sudan, Etiopia e America Latina sono solo alcuni scorci della sua esistenza "fuori scena" che verranno ricordati in questa particolare raccolta di fotografie. Scatti che inquadrano il lato dolce e disponibile di Audrey, lo stesso che le forniva gli spunti emotivi per interpretare magistralmente le sequenze dei suoi film, l'incredibile magia che l’attornia, come se fosse una figura angelica eternamente presente nel nostro immaginario, con il suo sguardo etereo e la sua grande umanità. Dopo il primo viaggio in un campo profughi dell'Etiopia nel 1988 aveva confessato: "Mi si è spezzato il cuore. Non posso sopportare l'idea che due milioni di persone stiano morendo di fame. Il termine "Terzo Mondo" non mi piace perché siamo tutti parte di un mondo solo. Voglio che la gente sappia che la maggior parte degli esseri umani sta soffrendo".
In concomitanza con la mostra, anche la Casa del Cinema di Villa Borghese, dall’11 novembre al 18 dicembre, renderà omaggio all’intramontabile Audrey con la proiezione di cinque suoi famosi film, tra cui "Vacanze romane". Parlando della capitale aveva affermato: «Ogni città nel suo genere è indimenticabile. Tuttavia, se mi chiedete quale preferisco, direi Roma. Il ricordo di questa visita non mi abbandonerà finché vivrò». Era la battuta conclusiva pronunciata nel film dal suo personaggio, ma diventò una profezia della sua vita: la principessa in Lambretta per le vie dell’Urbe sarà poi l’ambasciatrice dell’UNICEF fra i poveri della terra.





